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Grazie a sostanze che favoriscono la formazione di nuovi vasi, proteggono le cellule e riducono i fattori che mantengono la ferita aperta, si riducono di 60 giorni i tempi per la guarigione e aumenta del 60 per cento la probabilità di risolvere la lesione.

All’aspetto è una medicazione uguale alle altre, ma è stata sperimentata come fosse un farmaco e ha dimostrato di poter guarire le ulcere tipiche del piede diabetico di più e più in fretta: un risultato che significa anche ridurre il rischio di amputazioni, evenienza tutt’altro che remota nei pazienti con questa complicanza del diabete. Lo dimostra uno studio pubblicato di recente su The Lancet Diabetes and Endocrinology, secondo cui con la nuova medicazione si possono ridurre di 60 giorni i tempi per la guarigione delle ferite aumentando anche del 60 per cento la probabilità che cicatrizzino.

La guarigione più rapida
Il 19-34 per cento dei diabetici prima o poi sviluppa il piede diabetico, complicanza di cui si parla poco ma che costa tantissimo ai pazienti: è infatti la prima causa di amputazioni nel mondo e soltanto in Italia ogni anno sono 8000 i diabetici che ne devono subire una. Come se non bastasse, l’aspettativa di vita dei pazienti sottoposti ad amputazione non supera i 5 anni nel 70 per cento dei casi: peggio di chi deve lottare contro alcuni tumori, in altri termini. Ecco perché una medicazione semplice da usare ma innovativa perché in grado di guarire le ferite meglio e più rapidamente può fare la differenza: i dati della sperimentazione randomizzata in doppio cieco, con tutte le caratteristiche quindi di uno studio clinico molto rigoroso, mostrano che la nuova medicazione può accorciare i tempi per la guarigione in maniera consistente. «La sfida, per questo tipo di lesione,consiste nell’ottenere una guarigione migliore in tempi più rapidi – osserva Alberto Piaggesi,responsabile del Centro Interdipartimentale di cura del Piede Diabetico dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana e coordinatore italiano dello studio –. La lesione espone infatti quotidianamente il paziente a un rischio potenziale di infezione e quindi di ospedalizzazione e amputazione. Guadagnare 60 giorni significa avere due mesi durante i quali il paziente non è esposto a questo rischio, con un miglioramento reale della qualità della vita e anche due mesi di risparmio in termini di spesa sanitaria».

Dati clinici certi
La nuova medicazione contiene una matrice in gel che crea un ambiente umido ideale per la guarigione, ma soprattutto il sale sodico di sucralfato: questo composto è un fattore nano-oligosaccaridico, ovvero una piccolissima molecola in grado di controllare fattori che compromettono la possibilità di guarigione della ferita, per esempio l’eccesso di metalloproteasi, e
contemporaneamente capace di stimolare la formazione di nuovi vasi sanguigni utili per la riparazione della cute. «Insieme agli altri trattamenti in uso per il piede diabetico, come lo scarico di pressione sul piede, la gestione delle infezioni e il controllo della glicemia, la medicazione accorcia i tempi di guarigione ed è l’unico prodotto per cui ci siano dati clinici certi di efficacia – dice Piaggesi –. Finora non era disponibile nessun trattamento con simili capacità, in grado di aumentare addirittura fino al 73 per cento la percentuale di ulcere guarite se si interviene prima di tre mesi dalla comparsa della ferita». La medicazione costa dodici euro e va cambiata ogni quattro, cinque giorni fino alla guarigione; il diabetico può in parte occuparsene da solo, ma deve essere inizialmente prescritta dal medico che deve indicare le corrette modalità di gestione della cura.


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Quasi quattro italiani su dieci provano rabbia verso il Servizio sanitario a causa delle liste di attesa troppo lunghe o per i casi di malasanità; più di un cittadino su quattro è critico perché, oltre alle tasse, tocca pagare di tasca propria troppe prestazioni. E c’è chi non vorrebbe essere costretto a spostarsi in un’altra Regione per curarsi. Per più di un italiano su due le opportunità di diagnosi e cura non sono più uguali per tutti, anche se, almeno un cittadino su tre, di fronte al rischio di ammalarsi, continua a pensare: «Meno male che il Servizio sanitario esiste». A fotografare il rancore degli italiani nei confronti di una sanità «ingiusta» è l’ottavo Rapporto su «Sanità pubblica, privata e intermediata in Italia» realizzato da Censis e Rbm-Assicurazione Salute su un campione rappresentativo di mille italiani, presentato a Roma nel corso del Welfare day 2018.

Più spesa privata, più disuguaglianze
«L’anno scorso, secondo i dati dell’Istat, è stata di 37,3 miliardi la spesa sanitaria privata degli italiani per acquistare di tasca propria prestazioni sanitarie, pagando il ticket o per intero, e si stima che a fine anno arriverà al valore record di 40 miliardi – dice Francesco Maietta, responsabile dell’area politiche sociali del Censis -. La spesa privata delle famiglie sta crescendo a un ritmo più alto dei consumi: nel periodo 2013-2017 è aumentata del 9,6 per cento in termini reali, molto più dei consumi complessivi (più 5,3 per cento). Per 7 famiglie a basso reddito su 10 la spesa privata per la salute incide pesantemente sulle risorse familiari e, per gli operai, se ne va l’intera tredicesima (quasi 1.100 euro l’anno) per pagare cure sanitarie familiari». Si spende soprattutto per acquistare farmaci (li hanno acquistati 7 cittadini su 10 per una spesa complessiva di 17 miliardi di euro), per visite specialistiche (6 cittadini su 10 per una spesa di 7,5 miliardi), prestazioni odontoiatriche (4 italiani su 10 per una spesa di 8 miliardi), ma anche per esami diagnostici, protesi e ausili.

Debiti per 7 milioni di italiani
Nell’ultimo anno, prosegue l’indagine di Censis-Rbm, 7 milioni di italiani si sono indebitati per pagare prestazioni sanitarie private e 2,8 milioni hanno dovuto usare il ricavato della vendita di una casa o svincolare risparmi. «La spesa sanitaria privata rappresenta la più grande forma di disuguaglianza in sanità» afferma Marco Vecchietti, amministratore delegato di Rbm Assicurazione Salute, che propone «l’introduzione di un secondo pilastro sanitario: in termini economici – sostiene Vecchietti – questa impostazione potrebbe consentire di dimezzare e assicurare un contenimento della spesa sanitaria privata attualmente a carico delle famiglie di circa 20 miliardi di euro, riducendo l’impatto sui redditi delle famiglie, in particolare per quelli medio bassi».

«Ognuno si curi a casa propria»
Due lavoratori su tre, rileva il Rapporto del Censis, hanno dovuto assentarsi dal lavoro per recarsi presso una struttura del servizio sanitario o accompagnare un familiare perché l’ambulatorio era chiuso in orari non lavorativi. Il 54,7 per cento dei connazionali crede che non si hanno più uguali opportunità di diagnosi e cura per tutti. Ma ci sono anche i “furbi”: 12 milioni di italiani hanno saltato le lunghe liste d’attesa nel Servizio sanitario grazie a conoscenze e raccomandazioni. 13 milioni di italiani sono contrari alla mobilità sanitaria fuori Regione, e 21 milioni dicono che bisogna penalizzare con tasse aggiuntive o limitazioni nell’accesso alle cure del Servizio sanitario le persone che compromettono la propria salute a causa di stili di vita nocivi, come i fumatori, gli alcolisti, i tossicodipendenti e gli obesi. Secondo il Censis, è questa una delle reazioni alla sanità percepita come «ingiusta», il sintomo del rancore di chi vuole escludere e punire gli altri per non vedersi sottrarre risorse pubbliche per sé e i propri familiari.

Cresce la rabbia verso il Servizio sanitario
Il 37,8 per cento degli italiani prova rabbia verso il Servizio sanitario a causa delle liste di attesa troppo lunghe o per i casi di malasanità. Il 26,8 per cento è critico perché, oltre alle tasse, bisogna pagare di tasca propria troppe prestazioni e perché le strutture non sempre funzionano come dovrebbero. Il 17,3 per cento prova, invece, un senso di protezione e, di fronte al rischio di ammalarsi, pensa: «Meno male che il Servizio sanitario esiste». L’11,3 per cento prova un sentimento di orgoglio, perché la sanità italiana è tra le migliori al mondo. I più arrabbiati verso il Servizio sanitario sono i cittadini con redditi bassi (43,3 per cento) e i residenti al Sud (45,5 per cento). Ma per un miglioramento della sanità il 63 per cento degli italiani non si attende nulla dalla politica. Per il 47 per cento i politici hanno fatto troppe promesse e lanciato poche idee valide, per il 24,5 per cento non hanno più le competenze e le capacità di un tempo.

La sanità test per il governo
I più rancorosi verso il Servizio sanitario sono gli elettori del Movimento 5 Stelle (41,1 per cento) e della Lega (39,2 per cento), ma sono anche i più fiduciosi nella politica del cambiamento (rispettivamente 47,1 per cento e 44,7 per cento). «La sanità ha giocato molto nel risultato elettorale (per l’81 cento dei cittadini perché è stata una questione decisiva nella scelta del partito per cui votare – afferma Maietta -. E sarà uno dei test con cui gli italiani metteranno alla prova il governo del cambiamento».

 


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L`attaccante della nazionale olandese Robin Van Persie proverà a tornare in campo prima del previsto dopo l`infortunio subito durante l`amichevole con l`Italia grazie ad una terapia alternativa a base di placenta messa a punto da una dottoressa di Belgrado. È stato lo stesso calciatore che milita nelle fila dell`Arsenal a rivelare, come riporta la Bbc, di aver avuto l`ok da parte dello staff del club inglese per il trattamento, dopo che i medici avevano giudicato guaribile in 6 settimane la rottura dei legamenti alla caviglia. Dopo di lui, altre 5 calciatori della “premier league” hanno prenotato una visita presso il centro diretto da Mariana Kovacevic.

Per tornare in campo più velocemente, in meno di 4 settimane, Van Persie aveva ascoltato il consiglio di altri due compagni di squadra, Engelaar e Lazovic, che si erano già sottoposti ai massaggi del medico serbo che con il fluido della placenta di cavalla punta ad un recupero più rapido delle lacerazioni. “Il metodo è vago, ma non fa male e se serve potrebbe aiutare”, ha spiegato il bomber dell`Arsenal alla stampa. Sull`efficacia delle cure nutre invece dubbi la medicina ufficiale: “Per le lesioni gravi serve la chirurgia, per quelle più leggere la riabilitazione”, spiega Abbie Turner, direttore della Clinica di Medicina dello Sport della Bristol University, che parlando alla Bbc ha detto che non consiglierebbe ai suoi pazienti le soluzioni miracolistiche rincorse dai campioni dello sport. Dalla parte dei meno scettici si sono gli studi che confermano le proprietà dell`organo che consente lo scambio di nutrimento tra madre e feto. Usata per le creme anti-age, viene anche adoperata per le fratture e guardando al mondo animale – molte specie mangiano la placenta subito dopo il parto – è stata persino considerata un alimento per combattere la depressione post-partum.


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Mani fredde e bianche, che virano prima al blu e poi al rosso. Mani che perdono sensibilità, percorse da formicolii e dolori. Mani paffute, ingrossate da edemi e  gonfiori. Quasi sempre mani di donna, la vittima preferita della sclerodermia, patologia cronica autoimmune che in Italia colpisce 25 mila persone. Un ‘bacio blu’; che all’inizio indurisce la pelle e poi si posa anche su stomaco, intestino, cuore, polmoni. Organi che diventano ‘pietra’e smettono di funzionare come dovrebbero. Ma se la diagnosi è precoce può esserlo anche la terapia, più mirata e personalizzata. La marcia della malattia può essere frenata, la sfida vinta.

E’ un messaggio di speranza quello lanciato dagli esperti alla vigilia della decima Giornata mondiale della sclerodermia (29 giugno). Un invito letterale a prendere in mano il proprio destino, perché è la mano la prima da guardare per capire. Il fenomeno di Raynaud, così come viene chiamato l’improvviso vasospasmo che raffredda e ruba colore alle estremità, “è un sintomo specifico della sclerodermia e può precederne anche di 10-15 anni la diagnosi”, spiega Nazzareno Galiè, che il Policlinico Sant’Orsola, università di Bologna è responsabile del Centro di ipertensione polmonare, fra le complicanze più gravi della sclerodermia, “anch’essa preceduta mediamente 25 anni prima dal fenomeno di Raynaud”.


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Sempre più diffusa in Italia, usata dal 30% degli ortopedici

Trapianti di staminali ricavate dal proprio grasso o midollo e plasma ricco di piastrine per stimolare la guarigione e riparare le lesioni a ossa e cartilagini provocate da infortuni o malattie, come l’artrosi: sono gli strumenti della bio-ortopedia, ormai sempre più diffusa. Nell’arco di 15 anni in Italia il numero di ortopedici che vi ricorrono è passato dal 5% al 30% circa. A tracciare il quadro è Alberto Gobbi, appena eletto come presidente della Società Mondiale della Cartilagine (International Cartilage Repair Society), primo italiano a ricoprire tale incarico.

“Queste tecniche non sono utili per accelerare la ripresa degli sportivi dopo gli infortuni, ma anche per rigenerare alcuni tessuti e ritardare l’evoluzione di processi degenerativi, come quello dell’artrosi”, spiega Gobbi. Dopo essere rimasti vittima di incidenti, è sempre più comune “fare infiltrazioni con fattori di crescita e cellule staminali – continua – Rispetto a prendere un antinfiammatorio per tanto tempo, con la medicina rigenerativa si sfrutta la capacità dell’organismo di guarire e si stimola la rigenerazione dei tessuti”. Così si può evitare o ritardare l’impianto di protesi, “che sono definitive, ma hanno una durata media di 15 anni, e quindi sono soggette a interventi di revisione. Le infiltrazioni o trapianti di staminali danno risultati molto buoni – conclude – e si possono ripetere. Ci sono centri di riferimento che hanno fatto tanta sperimentazione e direi che in Italia ora le usano circa il 30% degli ortopedici”.


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Più di un milione di italiani soffre di una forma di demenza e, tra di essi, una percentuale compresa tra il 60 e l’80% contrae il morbo di Alzheimer, che viene perciò definita come la più comune. Secondo una ricerca Censis-Aima, nel 2016 erano 600.000 i malati, supportati nella maggior parte dei casi dalle famiglie o dall’assistenza domiciliare.

Genericamente si definisce il morbo di Alzheimer come una perdita di memoria e di capacità intellettuali tale da impattare concretamente nella vita quotidiana, tuttavia si tratta di una patologia neurologica molto più complessa. Vediamo, dunque quali sono i sintomi, che strategie di prevenzione vengono impiegate e quali novità provengono dalla ricerca sull’Alzheimer.

CHE COS’È IL MORBO DI ALZHEIMER?

Il morbo di Alzheimer è una malattia neurologica degenerativa che colpisce il sistema nervoso centrale, nella maggior parte dei casi, dopo i 65 anni, in età dunque senile. È bene sottolineare che non si tratta di una normale caratteristica dell’invecchiamento, ma di una vera e propria malattia, rispetto cui l’età è uno dei fattori di rischio, probabilmente fondamentale, ma non il solo.

L’origine della malattia è tuttora un mistero, anche se uno studio della Fondazione IRCCS Santa Lucia, del Cnr di Roma e dell’università Campus Bio-Medico, pubblicato sulla rivista Nature Communications nell’aprile 2017, ha svelato un’importante scoperta scientifica in questo campo. I ricercatori coinvolti, infatti, hanno svolto un’accurata analisi morfologica del cervello e hanno capito che la radice della malattia non va cercata nell’ippocampo, responsabile della memoria, ma nella parte di cervello che produce la dopamina. Di fatto, se questa sezione muore, i neurotrasmettitori non funzionano più. La perdita della memoria, quindi, non dipenderebbe dalla morte delle cellule dell’ippocampo, ma dalla degenerazione di quelle che producono il preziosissimo neurotrasmettitore.

SINTOMI E FATTORI DI RISCHIO

Oltre alla perdita di memoria, anche in riferimento a eventi molto recenti, i sintomi più precoci della malattia riguardano cambiamenti del tono dell’umore. In uno stadio più avanzato della malattia, invece, possono comparire anche:

  • Afasia
  • Confusione con tempi e luoghi
  • Problemi con le parole, parlando o scrivendo
  • Ridotta o scarsa capacità di giudizio
  • Disorientamento
  • Depressione
  • Incapacità di prendersi cura di sé
  • Problemi di comportamento.

Dal momento che l’origine della malattia non è chiara, anche l’individuazione dei fattori di rischio non è semplice. Sicuramente, come abbiamo anticipato, l’età ha un ruolo: la maggior parte dei casi, infatti, emerge dopo i 60 anni, mentre sono molto rari i pazienti in cui viene registrata un’insorgenza anticipata. Alcuni studi suggeriscono che vi sia anche una componente genetica e di familiarità, oppure che la malattia sia in qualche modo legata a traumi, depressione o ipertensione.

ESISTE UNA CURA PER L’ALZHEIMER?

La complessità della malattia e i molti nodi irrisolti riguardo alla sua origine fanno sì che, ad oggi, non esista una vera e propria cura per l’Alzheimer, mentre si tende ad agire sui sintomi, provando così ad arginarne il decorso. Il fatto che si tratti di una patologia così diffusa e invalidante, però, rende cruciale la necessità di investire nella ricerca in quest’ambito. Gli scienziati sono concentrati, in particolare, su tre fronti:

  • individuare un modo per fermare o rallentare il decorso della malattia;
  • identificare con precisione i fattori di rischio;
  • migliorare la capacità di diagnosticare la patologia nelle primissime fasi.

Oltre all’interessante studio riguardo all’origine della malattia di cui vi abbiamo accennato in precedenza, un’equipe di ricerca dell’Istituto Superiore della Sanità ha avanzato un’interessante ipotesi: infatti, ha riscontrato come una tossina prodotta da Escherichia Coli, ovvero il fattore citotossico necrotizzante (una tossina batterica che agisce all’interno della cellula e viene denominata, in breve, CNF1), faccia scomparire, nei topi, i sintomi infiammatori dalla base della malattia. Il CNF1, scoperto nel 1983, ha la preziosa caratteristica di favorire la plasticità cerebrale e proteggere le cellule dai processi degenerativi, elementi che lo rendono potenzialmente molto prezioso per contrastare malattie come l’Alzheimer.

RICERCA SULL’ALZHEIMER: COME PREVENIRE LA MALATTIA

Molto incoraggianti sono anche i risultati di alcune ricerche che mirano ad individuare strategie di prevenzione dell’Alzheimer. Mantenere uno stile di vita sano, infatti, sembra essere un fattore chiave per supportare il nostro cervello, conservandone le cellule.

DIETA MEDITERRANEA

Uno dei numerosi studi condotti sul tema dalla Columbia University di New York, pubblicato sulla rivista Neurology, ha analizzato le abitudini alimentari di 1.219 persone con più di 65 anni di età, con l’obiettivo di misurare il livello della proteina beta-amiloide (che, in un anziano sano, dovrebbe essere basso). I ricercatori hanno osservato che un alto apporto di omega-3 nella dieta, tramite insalata, pesce, frutta, carne di pollo, e altri smart food, mantiene bassa la quantità della proteina presente nell’organismo, confermando di fatto che una dieta ricca di questi alimenti, come quella mediterranea, può prevenire i primi sintomidella demenza che possono sfociare nell’Alzheimer.

CORRERE E FARE MOVIMENTO

I ricercatori della University of Pittsburgh in Pennsylvania hanno, invece, studiato il rapporto tra l’Alzheimer e l’attività fisica. In particolare, è stato dimostrato che correre fa bene al cervello: riduce i danni cerebrali, consente di apprendere più velocemente e stimola la produzione di nuove cellule dell’ippocampo.

È stato osservato che i soggetti che corrono circa 8/10 chilometri a settimana hanno un volume cerebrale maggiore, a parità di altri fattori, rispetto a chi ha una vita sedentaria. Non è necessario trasformarsi in podisti, ma seguire alcuni accorgimenti quotidiani, come fare sempre le scale a piedi o preferire la camminata all’auto per fare tratti brevi di strada, possono fare la differenza.

COMPAGNIA E ASSISTENZA

Infine, la ricerca sull’Alzheimer sottolinea come sia importante mantenere forti legami personali, affettivi e sociali per prevenire l’insorgenza della malattia. Ciò può essere determinato dal fatto che stimolare la mente mantiene più vive e attive le cellule cerebrali. Pertanto è davvero fondamentale proteggere i nostri cari a mano che si avvicina la Terza età e all’insorgere della malattia, facendo in modo che non si isolino e rimangano attivi.

L’assistenza alle persone colpite da Alzheimer si svolge prevalentemente in casa. In Italia, secondo i dati raccolti dal Censisnella metà dei casi sono i figli ad occuparsi del malato, mentre il 38% delle famiglie ricorre ad una badante e crescono le situazioni in cui è il coniuge a prendersi cura in casa della situazione (il 37% nel 2015, soprattutto donne). La sanità integrativa riveste un ruolo concreto e utile in queste circostanze, permettendo di prendersi cura dei propri cari attraverso un servizio di assistenza domiciliare: ecco perché stipulare una polizza come quella per Over65 proposta da UniSalute può trasformarsi in un vero e proprio sostegno in una fase di criticità.

Un supporto puntuale e professionale, uno stile di vita attento e sano, il progredire della ricerca sull’Alzheimer sono fattori che si rafforzano a vicenda, consentendoci di guardare al futuro con più serenità e fiducia. Ci sono, al proposito, altri aspetti che vorreste approfondire?


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Protesi al ginocchio: come funzionano l’intervento e la riabilitazione

In questo articolo parliamo di uno degli infortuni per il quale è di fondamentale importanza un’adeguata riabilitazione tramite fisioterapia. E’ il caso in cui l’articolazione che unisce femore e tibia si danneggia in maniera irrimediabile e richiede la sostituzione con una protesi al ginocchio. Vediamo come avviene l’intervento, quando viene consigliato e perché la riabilitazione è di fondamentale importanza.

L’articolazione del ginocchio

L’articolazione del ginocchio, posta tra femore, tibia e rotula, è formata da diversi elementi che permettono di sorreggere il corpo e compiere movimenti. Tra i più importanti troviamo:

  • La cartilagine articolare, che riveste l’articolazione, ne permette lo scorrimento e impedisce alle ossa di sfregare tra loro e consumarsi;
  • La membrana sinoviale che riduce le frizioni tra femore e tibia grazie alla produzione di liquido sinoviale, un lubrificante naturale che facilita il movimento articolare
  • l menischi, strutture cartilaginose che forniscono stabilità all’articolazione e nel contempo funzionano da ammortizzatori, riducendo il carico di lavoro della cartilagine.

L’articolazione del ginocchio si può danneggiare, per eventi traumatici o degenerativi. La manifestazione clinica è rappresentata da dolore, gonfiore o scarsa mobilità, che richiedono l’utilizzo di farmaci e riabilitazione con fisioterapia per recuperare la funzionalità e attenuare i sintomi. Se il danno è più severo e debilitante, in taluni casi è necessario il ricorso alla chirurgia.

Protesi al ginocchio: quando e come avviene l’operazione

L’inserimento di una protesi al ginocchio è un intervento che può essere valutato in caso di artrosi, ovvero di una degenerazione articolare marcata, soprattutto nel paziente anziano, che può essere primaria (degenerativa), o secondaria a traumi pregressi o a patologie di tipo infiammatorio che compromettono i movimenti quotidiani e la qualità della vita. Tra le cause più frequenti di danno articolare troviamo anche l’artrite reumatoide, e le altre malattie reumatiche e l’emofilia, patologia congenita che provoca frequenti emorragie che indeboliscono le articolazioni. L’intervento è consigliato qualora la terapia fisica e riabilitativa, non fosse più sufficiente ad attenuare il dolore.

Due tipologie di intervento

La protesi del ginocchio è stata introdotta negli anni ’70 e da allora ha subito molte modifiche, sia di tipo biomeccanico, con cambiamenti riguardanti il disegno delle componenti, sia di tipo strutturale con l’introduzione di materiali più resistenti e più compatibili con la sede di impianto.

Durante l’intervento la porzione cartilaginea e la porzione ossea subcondrale, ovvero quella al di sotto della cartilagine, vengono asportate e sostituite con delle componenti artificiali in metallo e in polietilene.

L’intervento può prevedere l’utilizzo di una:

  • protesi totale
  • protesi parziale o monocompartimentale.

Quest’ultima scelta viene fatta raramente, quando il ginocchio presenta ancora delle parti sane. Nella maggior parte dei casi, invece, quando le estremità di femore e tibia (talvolta anche la rotula) sono estremamente consumate si procede con la protesi al ginocchio totale, sostituendole entrambe.

Durata della protesi al ginocchio

La tecnologia negli ultimi anni ha permesso lo sviluppo di protesi che riescono a riprodurre la cinematica articolare e i materiali utilizzati hanno una più lunga durata, questo ha permesso una sopravvivenza dell’impianto superiore ai 20 anni.

La protesi permette se ben impiantata, una diminuzione importante del dolore, un’ottima stabilità e la ripresa di un buon range di movimento, in tempi relativamente brevi.

Naturalmente il recupero è influenzato in modo importante dal programma di riabilitazione eseguito nel postoperatorio.

Post-operazione e recupero

Dopo l’intervento di protesi al ginocchio, la riabilitazione prevede alcune tappe sulle quali incidono significativamente alcuni fattori, tra i quali troviamo:

  • età del paziente
  • tipo di protesi
  • precedenti operazioni al ginocchio
  • stato di salute del paziente.

La riabilitazione di solito inizia dopo la rimozione del drenaggio che viene effettuata 24 ore dopo l’intervento, con una cauta mobilizzazione passiva. Dopo 48 ore il paziente è in grado di stare seduto e di reggersi in piedi con l’ausilio delle stampelle o deambulatore.

Passati due giorni dall’intervento, si procederà alla riabilitazione con:

1. massaggi per il drenaggio dell’ematoma chirurgico

2. rinforzo muscolare

3. incremento progressivo del range di movimento del ginocchio.

Anche la fase di riabilitazione dopo la dimissione è particolarmente delicata. Infatti, il paziente, che è in grado di deambulare con carico parziale sull’arto operato, necessita di un programma riabilitativo per la ripresa completa della funzionalità, che di solito viene acquisita fra i 30 e i 45 giorni.

I benefici di una corretta riabilitazione

Oggi, grazie alle moderne protesi, il ricovero in seguito a protesi al ginocchio non dura quasi mai più di una settimana, anche perché i medici tendono a incentivare una ripresa veloce del movimento, attraverso l’ausilio di stampelle o deambulatore, che andranno usati dalle 3 alle 6 settimane, necessarie per la guarigione della ferita e la ripresa di muscoli e legamenti.

I benefici di una corretta riabilitazione in seguito a intervento con applicazione di protesi al ginocchio sono:

  • recupero di un tono muscolare che aiuta la stabilizzazione del ginocchio
  • ripristino della mobilità del ginocchio
  • raggiungimento più veloce dell’autonomia del paziente, in termini di deambulazione e di salita e discesa delle scale.

Per raggiungere una piena guarigione è, però, fondamentale una riabilitazione mirata e graduale. Infatti, se il recupero è troppo aggressivo può portare ad una marcata infiammazione del ginocchio, che determina un rallentamento del processo di guarigione, d’altra parte una riabilitazione insufficiente può condurre ad una ripresa della funzionalità molto più lenta. Solitamente, dopo le dimissioni in seguito a intervento per protesi al ginocchio, un fisioterapista guida il paziente con esercizi da svolgere in palestra e a casa, senza dimenticare i consigli e le terapie più idonee per gestire il dolore post-intervento e il frequente senso di stanchezza.

In questo modo, i pazienti, dopo il primo mese, riacquistano progressivamente le capacità che avevano prima dell’intervento, ed in alcuni casi riescono a fare attività sportiva a basso impatto come il ciclismo, il nuoto e anche il tennis.

Ecco perché, affinché la cicatrice guarisca completamente e i muscoli possano tornare in breve alla loro funzionalità, permettendo di guidare, lavorare, praticare sport e altre attività, è importante rivolgersi a uno specialista che sappia assistere il paziente in tutto l’iter riabilitativo, magari stipulando un’assicurazione sanitaria che copra le spese per i trattamenti fisioterapici, con un veloce accesso alle cure e un notevole risparmio economico rispetto ai prezzi di mercato.


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Modello brevettato. L’ergonomicità del cuscino R&M®, permette di mantenere una fisiologica postura delle vertebre cervicali durante le fasi di guida.

Benefici sull’apparato osteoarticolare

La scorretta postura delle vertebre cervicali e la costante tensione muscolare del collo riducono l’afflusso di sangue al cervello e danno origine a svariati sintomi, tra cui: dolori al collo, alle spalle e alle braccia, mal di testa, stanchezza agli occhi, vertigini, nausea.La cause primarie che creano le cervicalgie. Sono la sedentarietàe la scorretta postura in posizione seduta.Il cuscino ergonomici R&M® è stato ideato, studiato e realizzato per permettere alle 7 vertebre cervicali di mantenere una corretta postura durante le fasi di guida. L’unicità della sua forma e la sua particolare imbottitura consentono di creare un’accoglienza alla curva cervicale, occupando in modo attivo lo spazio che si crea fra il collo ed il poggiatesta, in tal modo si previene e si contrasta l’innaturale tensione ed alterazione dei muscoli, dei legamenti e dei dischi intervertebrali del collo. 

Materiali

L’imbottitura del cuscino R&M® è formata da un espanso microcellulare anallergico, completamente realizzato con estratti vegetali che gli garantiscono un’ottima resistenza alle deformazioni e all’usura.Il rivestimento è in tessuto ignifugo, autotraspirante, resistente a più di 60.000 sfregamenti e lavabile alle basse temperature. 

 


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Modello Brevettato. L’esclusività delle sue forme migliora il comfort di seduta riducendo le pressioni su glutei, coccige e vertebre lombari.

AZIONE 1: SUPPORTO LOMBARE

Il cuscino KOMODO® permette di mantenere la fisiologica antiversione del bacino, riducendo la retroversione e la conseguente rettilineizzazione della curva lombare.

 

AZIONE 2: DECORSO POST OPERATORIO

Il cuscino KOMODO® offrendo ai glutei la massima superficie di appoggio, favorisce la naturale inclinazionedell’angolo pubico (85°-130°) e riduce la formazione di decubiti prolassi provocati dai lunghi periodi in posizione seduta. 

 

AZIONE 3: ANTI COCCIGEO

Il cuscino KOMODO® accoglie ergonomicamente la prominenza sacrale o sacro coccigea coadiuvandone la termoregolazione al fine di ridurne lo schiacciamento ed il surriscaldamento. 

 

AZIONE 4: ANTIPROSTATA, ANTI EMORROIDI E PER FRATTURE COCCIGEE

Il cuscino KOMODO® con la sua svasatura centrale nel tratto longitudinale previene la compressione prostaticae lo schiacciamento e surriscaldamento di emorroidi.

 

AZIONE 5: ANTISCIATALGIA E ANTIDECUBITO

Il cuscino KOMODO® nelle due porzioni di appoggio presenta delle depressioni ergonomiche al fine di distribuire uniformemente la pressione su glutei e muscoli ischiocrurali, riproducendo così i benefici antidecubito propri di uno stato di sospensione o galleggiamento. 

 

AZIONE 6: ANTISCIVOLO

Il cuscino KOMODO® nella parte centrale – anteriore presenta un freno, o rialzo, che impedisce lo scivolamento dei glutei in avanti, coadiuvando la prima delle sei azioni attive e cioè il mantenimento della naturale anti versione del bacino. 

 

Istruzioni

Appoggiare il cuscino sulla seduta con la cerniera rivolta verso il basso e con il freno (rialzo) grigio rivolto in avanti

Materiali

Il rivestimento esterno è in microfibra autotraspirante, resistente a più di 60.000 sfregamenti, ed è lavabile alle basse temperature. La parte interna è realizzata da 3differenti materiali: visto elastico antidecubito, poliuretano elastico ad alta densità e poliuretano a densità comfort assemblati e stratificati tra loro, al fine di conferire il più elevato livello di ergonomicità e comfort. 


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Modello Brevettato. Il salvaschiena RUBY® è un cuscino posturale che contrasta gli effetti negativi prodotti dalle scorrette posture assunte da seduti. Grazie all’esclusivo design è l’unico in grado di vantare il 100% di risultati positivi contro gli stress muscolo scheletrico.Il Salvaschiena RUBY® grazie alle sue particolari e brevettate innovazioni previene o riduce la sintomatologia dolorosa lombare.
Disponibile la versione XL per soggetti di altezza oltre i 190 cm.

Cosa succede quando siamo seduti?

Il mal di schiena, o lombalgia, è una delle patologie più diffuse al mondo.Nei paesi industrializzati l’80% delle persone ne soffre e questo avviene perché la protratta sedentarietà in posizione seduta è una postura da considerarsi non naturale per la morfologia umana.
Mediamente un terzo della nostra vita lo passiamo seduti.La posizione seduta comporta dei cambiamenti biomeccanici su tutta la colonna vertebrale, nello specifico si assiste a:- Insaccamento cervicale- Chiusura delle spalle- Ipercifosi dorsale- Scompenso della curva lombare
Le posture scorrette generano stress meccanici sui dischi vertebrali i quali, oltre a provocare dolore, possono suscitare compressioni sulle corrispondenti parti molli quali: polmoni, cuore, stomaco, intestino, reni, e organi genitali.

Quando utilizzare il salvaschiena Ruby?

Il Salvaschiena RUBY® è un cuscino posturale che grazie alle sue particolari e brevettate innovazioni contrasta gli effetti negativi generati dalle scorrette posture assunte da seduti prevenendo o riducendo, qualora già presente, la sintomatologia dolorosa lombare.

 

Montaggio in auto

Incrociare la cinghia superiore destra con quella inferiore sinistra e viceversa. Regolare l’altezza sulla vostra persona facendo combaciare la sezione orizzontale del cuscino nell’incavo lombare della colonna.

 

Ideale per l’ufficio

Il nostro cuscino è in grado di intervenire in modo attivosu sintomatologie e patologie esistenti, inoltre è in grado di correggere o prevenire posture scorrette facilmente assumibili durante le lunghe ore di lavoro in ufficio.

 

Materiali

Nella sezione verticale il materiale interno è una miscela viscoelastica ignifuga, autotraspirante e antidecubito dotata di memoria elastica capace di adattarsi perfettamente a qualsiasi superficie.
Nella sezione orizzontale il materiale interno è un espanso microcellulare anallergico completamente realizzato con estratti vegetali che gli garantiscono nel tempo un’ottima resistenza alle deformazioni e all’usura. Il rivestimento esterno è in microfibra autotraspirante; resistente a più di 60.000 sfregamenti, lavabile alle basse temperature.

 


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